Due crisi, una soluzione: cambiare modello di sviluppo economico

Le crisi, si sa, offrono l’opportunità di introdurre cambiamenti radicali che non sarebbe stato possibile neanche discutere in tempi normali. Quella che stiamo vivendo potrebbe portarci a correggere una organizzazione economica e sociale che conduce inesorabilmente al disastro economico ed a conflitti sociali esplosivi. La soluzione è di riequilibrare il rapporto tra stato e mercati al duplice scopo di contrastare la crisi immediata dovuta alla pandemia e impostare un percorso di sviluppo economico virtuoso sostenibile nel lungo periodo.

In questo post presento delle riflessioni e, a titolo di esempio, alcune possibile iniziative su alcuni temi particolarmente delicati quali il ruolo dello stato in economia, il mercato del lavoro e la tassazione delle imprese.

La duplice crisi economica

Oltre alle morti ed agli effetti sanitari, la pandemia del Covid-19 ha creato una crisi economica senza precedenti per dimensione, rapidità ed estensione geografica. Fabbriche ed uffici chiusi, famiglie bloccate in casa, frontiere ed aeroporti inaccessibili costituiscono un colpo economico inedito sia sul lato della domanda (estera ed interna) sia sul lato dell’offerta, con le imprese che non sono in grado portare avanti la produzione. Dopo il primo impatto, già di per se devastante, la crisi economica non potrà che peggiorare ulteriormente a causa degli inevitabili fallimenti aziendali, aumento vertiginoso della disoccupazione, crisi finanziarie, collasso economico dei governi sommerso dalle spese per l’emergenza, ecc. ecc.

Lo scenario descritto sopra è l’inevitabile conseguenza nel caso si continui ad adottare un modello di sviluppo economico che considi il profitto delle aziende come l’unico fondamento del benessere economico e sociale di un paese, con il corollario che le condizioni dei lavoratori, i servizi pubblici, l’ambiente e, in generale, ogni altra dimensione sociale sono da considerarsi un lusso ammissibile se e solo non intaccano la “competitività” delle imprese, condizione necessaria per la sopravvivenza di una società.

Questa prospettiva perde totalmente significato nel contesto della crisi indotta dalla pandemia a causa della quale le imprese si ritrovano in uno stato di sostanziale bancarotta o, nel migliore dei casi, costrette a pesanti ridimensionamenti dovuti al crollo delle vendite. Di conseguenza anche i governi più devoti al libero mercato sono costretti a pesanti interventi, come accadde nel 2007, con l’importante differenza che le dimensioni della crisi renderanno inutili misure limitate ad evitare il fallimento delle imprese affidandosi per la ripresa nel recupero autonomo delle imprese. Questa volta la crisi implicherà modifiche profonde di molti settori con cambiamenti radicali che le imprese non saranno in grado di affrontare da sole.

Serve quindi un piano coerente ed esteso di intervento pubblico che non solo sostenga, ma coordini e diriga le attività delle imprese all’interno di un quadro economicamente e socialmente sostenibile definito dal settore pubblico, l’unico che ha la forza di progettare un percorso di sviluppo di lungo periodo e gli strumenti necessari per attuare il coordinamento delle diverse componenti della società.

L’esigenza di ripensare radicalmente il ruolo dello stato non è solo dovuta alla crisi attuale, ma nasce da un condizione di lento declino precedente e che può trasformare la crisi immediata nello strumento che permetta di risolvere le minacce meno evidenti, ma non meno letali, al benessere delle società. Già prima della pandemia i sistemi economici presentavano segnali evidenti di crisi, a volte conclamate a volte solo accennate, che comunque indicavano l’approssimarsi dei limiti nel sistema di produzione attualmente adottato. Vediamone brevemente alcuni aspetti di crisi del modello seguito negli ultimi decenni.

Il primo ambito di crisi è l’evidente incapacità della società di affrontare il problema della crisi ambientale prodotta dall’inquinamento umano, come reso evidente, ad esempio, dalla mancanza quasi completa di conseguenze degli accordi di Parigi. E’ necessario riconoscere che non sarà possibile ottenere i necessari cambiamenti dei metodi produttivi senza un forte impegno pubblico in termini di regolazione, incentivi ed investimenti, e quindi dando ai governi poteri aggiuntivi rispetto a quelli finora utilizzati di accompagnamento delle decisioni aziendali.

Un seconda crisi è dovuta all’inevitabile aumento della disoccupazione, sottooccupazione e, in generale, emarginazione sociale di fasce sempre più ampie della popolazione che non ha la possibilità di ottenere un reddito sufficiente ad una vita dignitosa. Questo risultato è uno degli effetti causato dalla progressiva automazione di quote crescenti di funzioni necessarie al sistema produttivo, con il risultato che le imprese non hanno semplicemente la necessità di un maggior numero di lavoratori per ottenere incrementi di profitto. E’ necessario quindi ripensare radicalmente il rapporto tra reddito e lavoro in modo da garantire che il progresso economico non produca benefici esclusivamente per una ristretta elite di fortunati abbandonando all’indigenza la massa della popolazione.

La terza crisi, anch’essa diretta conseguenza della automazione, è data dall’inesorabile incremento della diseguaglianza sia tra individui che tra imprese e interi sistemi economici. Contrariamente alle ipotesi ciecamente adottate dai manuali di economia ispirate al settore agricolo e alla prima industrializzazione, nelle condizioni tecnologiche attuali il successo economico (di individui, imprese ed interi paesi) si autoalimenta generando ulteriori opportunità per incrementare il vantaggio ereditato dal passato. In un contesto puramente competitivo quindi gli effetti cumulati della dinamica competitiva non potranno mai essere recuperati da chi si ritrova in posizioni arretrate facendo crescere costantemente la distanza tra vincitori e vinti.

Di conseguenza ogni differenziazione di benessere, a qualsiasi livello, continuerà ad accentuarsi nel tempo condannando i perdenti alla miseria o alla carità dei vincenti. Gli effetti economici si rivelano nel progressivo aumento della concentrazione della produzione in pochissimi, enormi centri di potere economico che si stanno formando a livello mondiale. A livello individuale e sociale saranno inevitabili rivolte e conflitti tra chi è condannato alla povertà e chi gode di altissimi livelli di benessere in base unicamente alle condizioni ereditate dal passato.

Ripensare il ruolo dello Stato nell’Economia

Il primo passo fondamentale per affrontare la doppia crisi di breve e lungo periodo consiste nell’abbandono della fiducia che i “mercati”, qualsiasi cosa si intenda con questa locuzione, siano sempre in grado di individuare le scelte migliori per la società oltre che per se stesse. E’ necessario riconoscere che il ruolo delle organizzazioni finalizzate al profitto è delimitato ed indirizzato dalle autorità politiche che determinano il contesto nel quale operano gli attori privati. Rinunciare ad esercitare il potere politico di indirizzo della attività economica di un paese non elimina il potere stesso, ma semplicemente lascia il sistema economico privo di una guida coerente e quindi destinato, nel migliore dei casi, all’arretramento economico e, nel peggiore, alla disgregazione sociale ed economica. Non è un caso che la Cina sia l’unico sistema economico che sia riuscito a emergere da una condizioni di arretratezza negli ultimi decenni, grazie ad settore privato estremamente dinamico che opera all’interno di un programma di sviluppo generale fermamente controllato dallo stato. Fatte salve le necessarie garanzie in termini di libertà personali e rispetto dei diritti democratici tutti i paesi devono trovare un rapporto maggiormente equilibrato tra mercati e stato.

Il secondo punto di una strategia innovativa di politica economica è individuare gli obiettivi che si intende raggiungere ed offrire gli strumenti affinché il sistema sia in grado di raggiungerli. L’evidenza e la teoria economica dimostrano che lo sviluppo economico è guidato dall’innovazione tecnologica, e quindi il principale ruolo dello stato consiste nel finanziari le attività di ricerca scientifica e tecnologica necessarie alle imprese come alla società, ma che sono troppo costose ed incerte per essere perseguite da organizzazioni orientate al profitto di breve termine.

A questo fine è fondamentale che le risorse investite nell’ambito della ricerca non siano vincolate da obiettivi particolari o valutate sulla base degli stessi criteri utilitaristici applicati da imprese commerciali. Il motivo è che nessuno è in grado di dire quali saranno le conoscenze necessarie per risolvere i problemi futuri, ed è quindi sbagliato imporre a priori criteri specifici per definire quale ricerca sia “utile”. La ricerca scientifica, per definizione, richiede un ampio numero di tentativi destinati al fallimento, senza i quali non sarà possibile effettuare quelli che si riveleranno fondamentali. L’unica ricerca scientifica realmente efficace è quella che implica numerosi “sprechi”, cioè attività che non producono alcun risultato immediatamente utile tranne quello, fondamentale, di creare il contesto nel quale sviluppare le idee realmente innovative.

La guida dello stato si attua definendo vincoli ed incentivi al fine di coordinare le attività indipendenti delle imprese mediante l’influenza sui loro risultati economici. La creatività delle imprese nello sfruttare le risorse disponibili al fine di ottenere profitto deve essere sfruttata progettando sistemi di remunerazione competitiva che dirigano lo sviluppo economico verso obiettivi socialmente utili. Nel contesto attuale l’obiettivo più pressante è l’identificazione di metodi produttivi sostenibili per il pianeta e economicamente remunerativi. Come nel caso del Progetto Apollo lo stato determina l’obiettivo e fornisce le risorse necessarie, il settore scientifico sviluppa liberamente le conoscenze necessarie, ed il settore privato sfrutta le opportunità finanziarie e tecnologiche producendo profitti per se e benefici per l’intera società.

Contrariamente a quanto ritenuto dal modello economico attualmente adottato, gli obiettivi politici della società non sono indipendenti dalle attività economiche svolte, da perseguire solo condizionatamente alla disponibilità economica. Al contrario, costituiscono lo stimolo e il necessario strumento di coordinamento delle attività economiche stesse, senza i quali non è possibile garantire la crescita di benessere che richiede collaborazione e creatività su scala superiore a quelle di qualsiasi singola impresa.

Il terzo principio da adottare è che lo stato ha il compito di assicurare un livello minimo di benessere per tutti i cittadini. Questa condizione non è solo dettata da un principio etico, ma è anche una condizione necessaria affinché l’intera società possa prosperare. Una comunità contenente elementi fortemente insoddisfatti sarà necessariamente attraversata da tensioni e richiederà anche ai più privilegiati di investire risorse per la sicurezza e, in ogni caso, obbligherà tutti a vivere in condizioni di conflitto e potenziale pericolo. Da un punto di vista strettamente economico, inoltre, garantire un livello minimo di domanda aggregata da parte dei cittadini con la propensione al consumo maggiore è una fonte di stabilità economica fondamentale per affrontare i cicli economici.

Di seguito elenco alcune proposte che mettono in pratica i principi sopra esposti e che permetterebbero di intraprendere un percorso di evoluzione economica e sociale sostenibile nel lungo periodo e rispondente alle necessità dei cittadini.

Lavorare per vivere, non vivere per lavorare

J.M.Keynes predisse nel 1930 che gli incrementi di produttività avrebbero potuto permettere entro un secolo di ottenere la produzione necessaria per tutta la popolazione impegnando i lavoratori per sole 15 ore a settimana. Al di là del dato esatto, è innegabile che i sistemi produttivi moderni permettono alle imprese di operare con successo utilizzando una frazione della forza lavoro disponibile. D’altra parte, lo svolgere una attività professionale è una condizione necessaria al duplice scopo di ottenere un reddito e come componente essenziale delle relazioni sociali e del benessere psicologico delle persone. L’unica e ovvia soluzione è incoraggiare le imprese ad assumere un numero maggiore di dipendenti con remunerazione sufficiente ad un dignitoso sostentamento, impiegando quindi ciascun lavoratore per una quota minore di tempo lavorativo.

La riduzione dell’orario di lavoro è stata già sperimentata volontariamente in Nuova Zelanda e recentemente è stata rilanciata dalla premier Ardern. Vediamo di seguito alcune implicazioni e possibili modalità di applicazione.

La riduzione dell’orario di lavoro non è necessariamente sinonimo di caduta della produttività e dei profitti, ed i dati sembrano addirittura suggerire il contrario. I grafico riportato di seguito mostra come i paesi più ricchi richiedono in media ai propri lavoratori orari di lavoro di gran lunga inferiori rispetto a paesi con redditi medi più bassi.

Numero di ore medie lavorate in un anno e PIL pro-capite per alcuni paesi con retta interpolata. Fonte: elaborazione propria su dati OCSE

La riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario totale percepito non è solo possibile, ma diventerà progressivamente inevitabile a causa dell’automazione sempre più avanzata dei processi produttivi. In queste condizioni la risorsa scarsa nell’economia sarà costituita dalla domanda da parte dei consumatori. Con la riduzione dell’orario di lavoro si libera tempo libero per il consumo aumentando quindi la domanda per le aziende che, grazie all’automazione, saranno in grado di operare grazie alla riduzione dei costi.

Applicandosi universalmente, una misura del genere non danneggerebbe la competitività relativa delle imprese che si troverebbero tutte nelle stesse condizioni, sopratutto adottando gradualmente misure di incentivo e non imposizioni. Ad esempio, si potrebbero ridurre i contributi a carico delle aziende sul costo del lavoro per contratti a tempo indeterminato con orario ridotto rispetto all’attuale. Al contempo, i contributi dovrebbero essere fortemente incrementati per contratti equivalenti agli attuali lavori a tempo pieno e diventare punitivi in caso di ricorso allo straordinario.

Riforma del prelievo fiscale

Affinchè lo stato possa aumentare le spese per ricerca ed assorbire la probabile diminuzione delle entrate derivanti dagli incentivi per la riduzione dell’orario di lavoro è necessario trovare altre fonti di entrate. Di seguito elenco alcune proposte che potrebbero contribuire ad aumentare le risorse del settore pubblico producendo effetti virtuosi nel sistema sia di breve termine di contrasto alla crisi attuale, sia di lungo termine per dirigere lo sviluppo in una direzione di sostenibilità.

Una prima possibile riforma consiste nel ripensare la tassazione delle imprese, al momento estremamente inefficace e distorta. Si potrebbe tornare al sistema fiscale applicato in Italia durante gli anni del boom economico considerando come base imponibile non gli utili ma l’intero fatturato delle imprese, ovviamente riducendo fortemente l’aliquota. In pratica la riforma estenderebbe all’intero sistema quanto già applicato con la digital tax considerando che non solo le multinazionali del web abusano delle attuali norme fiscali progettate in contesti radicalmente diversi da quello attuale.

Uno dei vantaggi di questo tipo di riforma è che semplificherebbe radicalmente la gestione della tassazione, sia per lo stato che per le imprese stesse riducendo quindi sia i costi di adempimento che l’evasione. Inoltre permetterebbe facilmente di applicare alle imprese il principio costituzionale della progressività fiscale, riducendo il carico fiscale per le piccole imprese e incrementandolo gradualmente per le imprese di maggiori dimensioni. Nel caso italiano la riduzione dell’evasione ed i minori costi di adempimento permetterebbero incrementare il totale delle entrate mantenendo il prelievo individuale a livelli simili di quelli attuali, ed offrendo inoltre strumenti di politica fiscale di facile applicazione per modulare interventi mirati per settore o classi di aziende.

La conseguenza economica di questa riforma sarebbe moderato vantaggio per imprese verticalmente integrate rispetto a forme di produzione con lunga catene del valore. Questo effetto distorsivo rispetto al presente è da considerare come positivo in quanto si favorirebbero le imprese che mantengono una ampia base produttiva sul territorio riducendo il vantaggio delle esternalizzazioni dei processi produttivi.

Ulteriori entrate per lo stato si potrebbero ottenere generando incentivi positivi per l’intera società. Si dovrebbe terminare ogni forma di sussidio a favore delle attività più inquinanti (trasporti, industria estrattiva, ecc.) imponendo, al contrario, una tassa sull’inquinamento in modo da favorire processi produttivi alternativi meno inquinanti.

Con la stessa finalità si potrebbe introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie che colpisca esclusivamente gli scambi tra operatori finanziari, escludendo quindi le transazioni con risparmiatori da un lato e imprese dall’altro. In questo modo gli intermediari avranno l’incentivo ad accorciare il più possibile la catena che conduce i risparmi agli investitori reali scoraggiando la creatività finanziaria che produce instabilità e sottrae enormi quantità di risorse al sistema reale.

Conclusioni

Modificare il modello di economia adottato negli ultimi decenni è necessario per contrastare la doppia minaccia posta dagli effetti economici della pandemia da un lato e dalla adesione ad un modello di sviluppo economico insostenibile dall’altro.

Data la certezza dell’insostenibilità delle condizioni attuali sarà inevitabile adottare misure straordinarie, sia a livello nazionale che sovranazionale. In questo post ho presentato le motivazioni ed accennato ad alcune misure innovative di riforme come stimolo ale necessarie riflessioni sul ruolo del governo dell’economia.

In questa fase di crisi politica, oltre che economica ed ambientale, è necessario pensare in modo creativo ed applicare le lezioni del passato. Senza riforme ambiziose, discusse e condivise nelle sedi adeguate a partire dall’Unione Europea, non potremo che assistere alla disgregazione sociale e politica che è già iniziata e non può trovare soluzione nel contesto esistente.

2 pensieri riguardo “Due crisi, una soluzione: cambiare modello di sviluppo economico

  1. Concordo in toto. Ottima analisi, micidiale la terza crisi: “si autoalimenta generando ulteriori opportunità per incrementare il vantaggio ereditato dal passato. In un contesto puramente competitivo quindi gli effetti cumulati della dinamica competitiva non potranno mai essere recuperati da chi si ritrova in posizioni arretrate facendo crescere costantemente la distanza tra vincitori e vinti.” E’ il monopolio del settore tecnologico con fusioni ed acquisizioni.
    Una corporate che produce software potrebbe sopravvivere per il prossimi 10 anni solo con i contratti di manutenzione
    del software senza produrre nulla. Il controsenso dell’immaterialità del software e che noi compriamo “oggetti” che sappiamo sono fallati (bug) e per avere negli anni la garanzia che tutto funzioni ogni anno siamo (siamo intesi come Pubblica Amministrazione) disposti a pagare fee pari al 20% del contratto di acquisto!

  2. Sono d’accordo sull’analisi e sulle proposte. Proprio stamattina su Euronews c’era un servizio sulla campagna neozelandese per la settimana lavorativa di quattro ore, che non è nuova ma adesso la stanno rilanciando per sostenere l’economia del post epidemia attraverso un aumento dei consumi. Tra le misure aggiungerei qualche forma innovativa di lotta all’evasione fiscale (fatti venire qualche idea) e di contrasto al dumping fiscale, almeno nella UE (i “frugali” olandesi dicono che sprechiamo i soldi, che è anche vero, ma loro si fregano miliardi di tasse nostre e di altri paesi…). Hai fatto delle simulazioni per capire se un sistema che adotti le tue proposte sia economicamente sostenibile?

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